Il vicino di Fernanda Pivano

Nanda la conobbi quando si scusò col vicinato per gli ospiti americani che preferivano dormire sulle panchine lungo la strada piuttosto che nelle regali camere della villa – la ritenevano troppo borghese. Parevano senzatetto. Erano Corso e Ginsberg, la beat generation sulle panchine di Roma. Pazzesco.
Mi invitava spesso a pranzo nella villa, io ero poco più che una bambina e ascoltavo sognante la storia dell’amore di Pavese per lei: “mi piaceva, ma il mio cuore era di Ettore”; Pavese che era stato suo supplente di italiano, con Nanda c’era Primo Levi; Pavese che le aveva passato Addio alle armi, in inglese. Facendola innamorare dell’America e contribuendo così all’arresto per mano delle SS per la traduzione del romanzo di Hemingway. Lo ricordava, ridendo, come il burrascoso inizio della sua carriera da traduttrice e dell’amicizia col premio Nobel. Le dissi che i suoi amici erano i grandi nella mia libreria, e sorridendo mi raccontò di quella volta che, scocciato della piccola italiana sempre tra i piedi, Neal Cassady – l’autentico Dean Moriarty, protagonista di On the road – le chiese “se non fumi, non bevi e non scopi cosa sei venuta a fare?”. Le storie dei viaggi americani, alla ricerca di talenti, di Nanda mi ammaliavano.
Il ricordo più bello che ho è di una cena, a base di marlin, durante la quale mi raccontò della profonda amicizia che la legava a Hemingway. Volle conoscerla incuriosito dall’arresto. Era a Cortina e la invitò con un telegramma. La riconobbe subito, le corse incontro e le bisbigliò “raccontami dei Nazi”.
Furono sempre intimi e anche nei suoi ultimi giorni di mania volle sentirla. Incredibile, tuttora lo trovo incredibile. Nanda è rimasta per tutta la vita la ragazza sorridente che aveva scoperto l’America e una instancabile cercatrice di bellezza. Ringrazierò per sempre il cielo per avermi messo, letteralmente, sulla sua strada.

testo di Giovanni Irimia